domenica 22 giugno 2014

TEMPO DI ESAMI – VOLATE IN ALTO E DATE UN CALCIO ALLA STELLA POLARE!



 
 A CIASCUNO IL SUO PATRONO!


Il vostro curatore è impegnato negli esami… dalla parte meno ansiosa del banco delle interrogazioni. Ma di fronte alle giovani menti che temono prove simili alle fatiche di Eracle, il mostro chiamato INVALSI e lo sguardo sprezzante di docenti desiderosi di rivalsa per gli sghignazzi che incauti alunni hanno fatto nel corso dell’anno, più pietoso di Guanyin, illustrerò agli esaminandi alcune divinità (o creature parificate…) che potranno aiutarli in questi giorni.

Iniziamo dalla Cina, vicina al giorno d’oggi eppure sempre lontana sotto tanti aspetti.
Non si può sottovalutare l’importanza del sistema degli esami per la cultura cinese: grazie ad essi si accedeva alle cariche pubbliche e, in potenza, è sempre stato un formidabile mezzo di ascesa sociale.
Non dobbiamo quindi stupirci se nel Celeste Impero esisteva un dio patrono ai candidati agli esami e alla letteratura, che tanta parte aveva negli esami stessi: Zhong Kui. La sua storia dimostra che anche nei tempi antichi la conoscenza era importante… ma un bell’aspetto lo era di più.
Si narra che Kui fosse uno studioso tanto abile e saggio, che ottenne il punteggio più alto agli esami di stato cui aveva partecipato. Pieno di felicità e con il suo bell’attestato, fu presentato al sovrano dell’epoca per l’assegnazione della carica. Ma qui scoppiò il dramma: perché Kui aveva un volto dalla bruttezza pari almeno alla sua sapienza. Quando l’imperatore lo vide, si turbò a tal punto che si rifiutò di dargli la carica.
Kui, disperato, si suicidò, battendo con violenza la testa sulla porta del palazzo imperiale fino a morirne.
Secondo alcune versioni divenne un demone-fantasma, anzi il re dei fantasmi (e un cacciatore degli stessi); secondo altre apparve un mostro marino che lo prese sulla groppa e lo portò in cielo. Qui, gli dei si dimostrarono più giusti degli uomini, e lo trasformarono in una delle stelle dell’Orsa Maggiore (detta Beidouishing, ovvero “costellazione che indica il Nord”).

Di esami e bruttezza in Italica Terra...

Kui non dimenticò la sua esistenza umana, e da allora fu il patrono dei candidati agli esami, della letteratura e della scrittura: non era raro trovare l’immagine del dio su tamponi da stampa, pennarelli e altri strumenti per scrittori.
Sulle cartoline augurali che si inviano agli esaminandi Kui è raffigurato con in mano un pennello per la scrittura, mentre sferra un calcio alle altre stelle dell’Orsa Maggiore: l’espressione cinese “dare un calcio all’Orsa Maggiore” non ha nulla a che fare con i mondiali di calcio attualmente in svolgimento, ma “superare gli esami”.
Il dio ha come simbolo la carpa: questo pesce depone le uova in mare, ma i nati risalgono i fiumi per completare il loro sviluppo. Questo percorso controcorrente è lungo e irto di pericoli, e non è raro che le carpe debbano superare rapide e dislivelli con salti poderosi: la metafora con le difficoltà degli esami sembra chiara.

Anche la storia di Dong Yong, il figlio fedele, ha a che fare con gli esami di stato.
Si narra che una coppia anziana ebbe alla fine un figlio, cui fu posto il nome di Dong Yong. Il padre morì presto, e la madre mantenne il figlio con lavori di cucito, riuscendo a mandarlo a scuola per prepararlo agli esami di stato. A differenza del nostro Pinocchio, Dong Yong si applicò agli studi e fu il primo negli esami locali: l’emozione fu talmente grande che la vecchia madre ne morì di felicità.
Dong Yong era in difficoltà: l’eredità del padre era stata consumata da tempo, con la morte della madre nessuno poteva provvedere a lui e mantenerlo in modo da poter continuare gli studi; inoltre voleva dare alla madre una degna sepoltura in modo che l’anima della defunta trovasse pace. Meditò a lungo su cosa fare, e concluse che l’unico modo che aveva per fare un onorevole funerale alla madre, fosse quello di rinunciare agli studi e di vedersi come schiavo. Un ricco del posto, il signor Fu, si dichiarò disponibile a comprarlo, e a fargli assumere servizio solo dopo il funerale. Col denaro ricavato, Dong Yong compì tutte le cerimonie previste, fece seppellire la madre, e al termine del rito, sopraffatto dall’emozione (evidentemente si trattava di un carattere genetico) svenne.
Quando si svegliò, accanto a lui c’era una donna giovane e bella, che si presentò come Dagu, e disse che la madre di Dong aveva preso accordi con la sua famiglia perché Dagu sposasse Dong. Il ragazzo fu stupito perché la madre non gli aveva detto nulla di ciò, e ancor di più lo fu quando, alla sua richiesta di trovare testimoni per il matrimonio, gli stessi alberi parlarono e acconsentirono a svolgere questa funzione.
Così Dong si recò alla casa del signor Fu, e presentò la moglie. Dagu disse al padrone che lei avrebbe lavorato al posto di Dong, e avrebbe guadagnato abbastanza da riscattare la libertà. Fu era scettico, ma Dagu disse che lei era un’esperta filatrice e tessitrice.
Così il padrone la mise alla prova, e Dagu la superò: prima realizzò delle meravigliose babbucce di seta per Fu e la moglie, ornate di fiori e uccelli talmente realistici da sembrare vivi; poi realizzò al telaio uno stupendo broccato, composta di tutti i colori dell’arcobaleno.
Fu e la moglie restarono incantati dalla fattura dei lavori, e sospettarono che nessun umano avrebbe potuto fare altrettanto: così, col sospetto che Dagu fosse uno spirito, e timorosi di offenderla, subito affrancarono Dong.
Le statue di Dong Yong e di Dagu
A questo punto il ragazzo poté tornare agli studi, mentre Dagu lavorava di cucito e di filato per mantenerlo. I sacrifici furono ricompensati: quando ci furono gli esami finali, Dong si classificò primo, ed ebbe un importante incarico a corte (evidentemente era meno brutto di Kui). Dagu poco dopo partorì un figlio, e la felicità di Dong raggiunse le stelle.
Già le stelle… Tutto andava bene, e Dagu rivelò al marito di essere, in realtà, un’ancella del Cielo: gli dei avevano visto la pietà filiale di Dong, e avevano scelto proprio Dagu per aiutare il giovane. Ma ora che la carriera di Dong era ben avviata, Dagu doveva tornare al suo posto.
Inutili furono le proteste del giovane: Dagu gli lasciò il figlio e tornò in cielo. Ma da lì continuò a proteggere la sua famiglia umana: Dong continuò la sua carriera raggiungendo i gradi più alti, e così fece il figlio dopo di lui.

San Giuseppe da Copertino (1603-1663) è il protettore cattolico degli esaminandi.
Noto come “il santo dei voli” a causa della sua propensione alla levitazione mentre era in stato di estasi (cosa che gli procurò per ben due volte dei guai con il Sant’Uffizio per l’accusa di abuso di credulità popolare, benché il santo fosse alla fine assolto) a sette anni iniziò la scuola, ma fu costretto ad abbandonarla per una grave malattia.
Ne guarì a quindici anni, narrano le cronache per intercessione della Madonna della Grazia di Galatone.
Grato, il ragazzo decise di farsi sacerdote francescano: gli mancava però l’istruzione. Convinto di avere l’assistenza divina, Giuseppe si mise a studiare: nonostante l’impegno le difficoltà si moltiplicarono, ma il giovane non cedette, sostenne gli esami e li superò. Visto il percorso accidentato, l’accaduto venne ritenuto prodigioso, e quando Giuseppe morì e fu beatificato, a lui fu affidato il patronato degli studenti esaminandi.

Se poi la vostra preparazione è così carente, i vostri docenti così terribili e l’esame così vicino, c’è sempre il “secondo grado” della protezione cattolica: rivolgetevi a Santa Rita, la nota “santa degli impossibili”…

Alcune piccole note…
La statua del maestro Orbilio a Benevento
In terre più vicine alle nostre, la dea Minerva (sì, quella dei fiammiferi) era, come dice l’etimo del suo nome, la dea di tutto ciò che riguarda la mente e le abilità, e quindi anche delle scuole. La “dea dai mille compiti”, come la chiama Ovidio, era festeggiata durante le feste chiamate Quinquatria (dopo le Idi di marzo e, in forma minore, a giugno), quando oratori e grammatici venivano pagati. Queste feste, assieme alle nundinae (i giorni di mercato, al termine della “settimana” di otto giorni romana) e alle feriae estive, erano giorni di vacanza per gli alunni.
Tra i Romani non esistevano veri e propri esami: al termine di una scuola di retorica, però, il novello orator dava prova di sé in pubblico trattando una delle causae che potevano essere suasoriae (casi di coscienza) o controversiae (arringhe). L’educazione era affidata direttamente alla famiglia (padre o madre, a seconda del periodo storico), o agli schiavi della familia (cioè che vivevano in casa) o a liberti. O peggio, a maestri privati spesso maneschi, come il Lucio Orbilio Pupillo che fece imparare a suon di botte i poemi di Livio Andronico al giovane Orazio.

San Giuseppe da Copertino è venerato come protettore degli aviatori cattolici statunitensi per ovvie ragioni di affinità nel non avere i piedi per terra.

Cupertino, sede della Apple, della HP, della Symantec e della Sun Microsystems, nel cuore della Silicon Valley, prende il suo nome proprio dal nostro San Giuseppe.

I meno pagani tra i miei lettori, in caso di esame possono rivolgersi a San Giuseppe. In mancanza della tradizionale immaginetta, riportiamo qui la preghiera dello studente:

O san Giuseppe da Copertino,
amico degli studenti e protettore degli esaminandi,
vengo ad implorare da te il tuo aiuto.
Tu sai, per tua personale esperienza,
quanta ansietà accompagni l'impegno dello studio (degli esami) 
e quanto facili siano il pericolo
dello smarrimento intellettuale e dello scoraggiamento.
Tu che fosti assistito prodigiosamente da Dio
negli studi e negli esami
per l'ammissione agli Ordini sacri,
chiedi al Signore
luce per la mia mente e forza per la mia volontà.
Tu che sperimentasti tanto concretamente
l'aiuto materno della Madonna,
Madre della speranza,
pregala per me,
perché possa superare facilmente
tutte le difficoltà negli studi e negli esami.
Amen.

PS: le immagini (e il testo della preghiera) sono tratte dal web e non mi appartengono. Sono qui inserite unicamente a corredo dell'articolo. Questo blog non ha fini di lucro.

lunedì 2 giugno 2014

MIGRAZIONI - DI NAVIGAZIONI E CORVI




Su un uomo chiamato Corvo, 
su un altro soprannominato Burro
e su una terra dai forti contrasti e dai molti nomi.


Rimettere a posto i file depositati nel nostro computer a volte riserva delle sorprese: perché l’orrenda macchina ricorda ciò che dimentichiamo. E questo è spesso una maledizione.
E’ invece una sorpresa curiosa ritrovare degli appunti presi da letture di quotidiani online del novembre 2012, quando l’Islanda era al centro di polemiche su vulcani eruttanti e banche fallite.
L’appunto, riletto oggi nel corso di un’operazione di sistemazione dei file che potremmo ben chiamare “archeologia informatica” in senso lato, riguardava (guarda un po’!) corvi e esploratori naviganti, e terre che dal mare emergono. Quando di più adatto (e, ahimè, da me dimenticato!) per collegarsi al recente post sul Corvo


Chi era «Corvo Floki»?
Secondo la cronaca dell'insediamento scandinavo in Islanda, il Landnámabok, egli fu l’uomo che diede il nome all’isola. Di più: fu il primo ad arrivarci volontariamente.
Ma come tutte le storie tra mito e leggenda, prima di parlare di lui dobbiamo fare un passo indietro (anzi due).

Tutto parte (o forse no) nella prima metà del IX secolo con Naddoddr, uno dei primi coloni delle Isole Faer Oer. Durante un viaggio dalla Norvegia alle isole, la nave del nostro si perse e arrivò fino alla costa orientale dell’attuale Islanda. Sbarcato in una baia sotto delle montagne, convinto di essere in terra feringia, il nostro scalò i rilievi per vedere il fumo salire dai fumaioli delle capanne dei coloni, ma non vide segno di umani.
Di fronte all’estendersi delle terre, e alla loro desolata solitudine, Naddoddr capì di aver attraccato nel posto sbagliato e decise di proseguire il proprio viaggio verso le Faer Oer, ma tornato alla nave vide iniziare una nevicata: così chiamò quella terra Snaeland (Terra della neve). Poi, terminata la tormenta, ripartì.[1]

Sulle coste della terra del Ghiaccio e del Fuoco (nessun riferimento voluto a George R.R. Martin) arrivò poi Gardharr Svavarsson uno svedese.
Egli aveva terre in Danimarca ed era sposato con una donna originaria delle Isole Ebridi. Durante un viaggio tra queste isole (attorno all'860) per poter reclamare l'eredità del suocero, salpò durante una tempesta che spinse la sua nave a nord fino a raggiungere la costa orientale dell'Islanda.
Circumnavigò quelle terre, divenendo la prima persona a noi nota a farlo: poté stabilire quindi che si trattava effettivamente di un'isola, che era grande ed abitabile. Avvicinandosi l’inverno, sbarcò a Skjàlfandi, dove si costruì una casa e lì trascorse la stagione fredda. Da questo momento il luogo prese il nome di Hùsavik.
Tornato, parlò di questa nuova terra e gli diede il suo nome (in islandese Gardharshólmur), per poi sparire nell’oblio della storia [2]. Uno dei suoi uomini, Nattfari, rimase sull’isola con due servi, ma non si stanziò definitivamente.


Arriviamo finalmente a Corvo Floki.
Il nostro navigatore era venuto a sapere della nuova terra di Gardharshòlmur. Dobbiamo pensare che fosse un uomo desideroso di avventura (o in fuga dalla solita faida scandinava), perché decise volontariamente di partire per abitare la nuova isola. Così mise su una nave sé stesso, la propria famiglia e il bestiame, diversi compagni e salpò dalla Norvegia Occidentale. 
Per prima cosa navigò verso le Isola Shetland. Si dice che quella tappa non fu fortunata: a quanto pare proprio lì una sua figlia trovò la morte affogando.
Così il nostro proseguì il viaggio attraccando nelle Isole Faer Oer: qui la sosta fu più piacevole, perché lì trovò un marito per un’altra figlia.
Durante la sosta (e i festeggiamenti per le nozze), il nostro Floki prese tre corvi: era probabilmente memore di Odino (in fondo era ancora pagano) e, novello Noè, pensava di mandare gli animali in avanscoperta per farsi aiutare a trovare l'Islanda.
L’acquisto dovette sembrare comunque bizzarro anche per quei duri colonizzatori, se al nostro rimase appiccicato il soprannome di Corvo-Floki (Hrafna-Flóki in islandese) con cui lo ricorda il Landnámabok.

Dopo un po' che erano ripartiti dalle Far-Oer, Floki liberò uno alla volta i corvi. Il primo corvo tornò alle Far-Oer, il secondo volò per qualche tempo e poi tornò a bordo; ma il terzo si diresse a nord-ovest senza più fare ritorno. Floki, fiducioso che il corvo avesse trovato terra e non fosse morto per una qualsiasi ragione, decise che l’isola si trovava sulla rotta dell’ultimo volatile liberato.
E Odino ricompensò la sua fiducia.
Dopo aver superato il luogo poi noto come Reykjanes, infatti, la nave giunse ad una grande baia. Si dice che uno dell’equipaggio, un uomo di nome Faxe, commentò che quella terra sembrava molto grande. Così, da lui, la baia prese il nome di Faxaflói (letteralmente “baia di Faxe”) [3].

Floki insediò un campo invernale nel Vatnsfjordhur. Probabilmente all’inizio l’inverno islandese gli apparve più mite dell’attuale [4], poiché nell'attesa della primavera Floki scalò le più alte montagne che sovrastavano il suo campo, ora note come Nònfell.
Da qui raggiunse un grosso fiordo, Isafjordhur, allora ricoperto di ghiaccio scivoloso: da questa visione decise di dare a quella terra il nome di Island (Terra di ghiaccio).

In seguito l’inverno peggiorò, e tutto il bestiame morì. Così, uno scoraggiato Floki decise che non valeva la pena rimanere lì e rischiare di essere bloccati e morire di fame. Dopo un’estate caratterizzata dal poco cibo, e un inverno (immaginiamo terribile) nell’occidentale Borgafjordhur, scoraggiato il Corvo imbarcò di nuovo compagni e moglie e se ne tornò in Norvegia.
Quando fu chiesto a Floki qualcosa sulla nuova terra, lui storse il naso [5] e disse che la considerava indegna.
Un suo compagno, Herjolf disse che la terra aveva sia lati positivi che negativi.
Un secondo, Thorolf disse che il burro era stato spalmato su ogni pezzo di terra che avevano trovato. Qualsiasi cosa volesse dire questa enigmatica sentenza, fece sì che Thorolf fosse soprannominato Thorolf Burro (sic!).

La storia di Corvo-Floki e dell’Islanda non termina però qui: quando la colonizzazione dell’isola ebbe il suo secondo tentativo (riuscito) e l’insediamento divenne stabile, tra i coloni c’era anche lui.
Aveva parlato male della Terra dei Ghiacci e del Fuoco [6], ma forse gli era rimasta nel cuore, perché il nostro Corvo vi abitò fino alla morte. 



Alcune piccole note

Floki è anche il nome del “costruttore di navi e incorreggibile trickster” che compare nella fiction storica Vikings, per cui vi rimando QUI.




Come detto la storia della colonizzazione dell’Islanda è narrata nel Landnámabók (Il Libro dell’Insediamento): il libro, giuntoci in diverse versioni, si occupa più specificamente del primo vero insediamento stabile, a opera dei circa 450 uomini guidati da Ingólfur Arnarson.

Secondo il Landnámabok (scritto comunque tre o quattrocento anni dopo la colonizzazione), Ingólfur fuggiva da una faida, e costruì la sua fattoria a Reykjavìk nell'870: questo segnò l'inizio dell'età della colonizzazione dell'isola che durò fino al 930.

Secondo la saga, quando la nave di Ingólfur approdò in quella terra disabitata, ordinò che gli alti sostegni del suo seggio (un attributo del suo rango di capotribù) fossero gettati in mare e dichiarò che il luogo in cui avessero toccato terra sarebbe stato il posto nel quale costruire la prima colonia d'Islanda. Narra la leggenda che due suoi schiavi (Vìfill e Karli) dovettero vagare per circa tre anni prima di trovare traccia di quei sostegni.

Stanziatisi secondo il presagio, lo Karli, che non apprezzava il luogo, disse ad Ingólfr: "Che peccato che abbiamo passato così tanta buona terra per stabilirci in questa penisola remota". Ma la capitale dell’Islanda è ancora là: Reykjavìk.



Il cronachista Ari Thorgillsson riconosce Ingólfur come il primo scandinavo a stanziarsi definitivamente in Islanda, ma riferisce che dei “Papar” (ovvero “papisti”, cioè monaci ed eremiti irlandesi) vivevano già nell'isola. I pii cristiani, memori delle stragi e dei saccheggi fatti dai vichinghi in Irlanda e Gran Bretagna (pensiamo al sacco di Lindisfarne che forse privò i monaci dei famosi sandwich di granchio per cui oggi è nota la Santa Isola) lasciarono l’isola per non dover vivere tra i nuovi arrivati di fede pagana.

Che la notizia di questa presenza non sia così inverosimile trova una “prova” nei leggendari Viaggi di San Brandano: questi portarono il santo e i suoi compagni in giro per il Nord Atlantico, fino a terre sconosciute (e al leggendario pesce-isola Jasconius, la più inutile della Carte del gioco Magic!).

Secondo alcuni gli irlandesi arrivarono anche in America, che risulta la terra più “scoperta” della storia (egizi, fenici, irlandesi, vichinghi, templari… e infine un genovese\spagnolo\portoghese\ebreo\catalano\sanlurese\templare\massone\figliodipapaCybo di nome Cristoforo Colombo)


[1] Ma le sue avventure per mare non finirono lì: si dice perfino che Naddoddr sia stato il primo nordico a viaggiare in America Settentrionale, circa 150 anni prima di Leif il Rosso (altresì noto come Leif il Fortunato), suo bis-bis-nipote.

[2] Si narra che, però, successivamente suo figlio emigrò in Islanda per tentare di conquistarla per conto del re norvegese, ma fu ucciso nell’impresa. Aveva già avuto un figlio, Hróar: anche egli fu coinvolto nelle lotte per il dominio sull’isola e fu per due volte sfidato ad una battaglia su una collina, vincendo entrambe le volte ed uccidendo gli avversari. Ma in seguito fu ucciso e toccò al figlio, nel rispetto della sana tradizione della faida scandinava, vendicarlo.

[3] I mitici lettori non si lascino andare a facili ironie sulla povertà di invenzione nell’onomastica norrena: i più “evoluti” inglesi mangiatori di manzo (citando Swift) o olandesi avrebbero dato nomi originali quali “Isole Christmas” o “Isola di Pasqua” sulla base del giorno di scoperta.

[4] Questo clima più mite al nord non ci stupisca: non dimentichiamo che poco tempo dopo l’Islanda poté essere colonizzata dai vichinghi abbastanza facilmente e così accadde in seguito per le più nordiche terre della Groenlandia: a vedere oggi le coste dell’isola più grande del mondo, nessuno direbbe che era una “terra verde”. Anche gli insediamenti norreni nel continente americano trovarono un clima favorevole, se i coloni chiamarono quella terra “Vinland”: evidentemente le temperature erano abbastanza alte da permettere la crescita della vite… pianta, non dimentichiamola, di origine noaicha.

[5] E se il nome fosse dato dall’avere il naso aquilino o quello corvino? O dai capelli scuri… 
[6] Il mitico (per me che l’ho divorato da piccolo) Dei ed Eroi della Mitologia Vichinga di B. Branston ipotizza che le leggende sulla “guerra” tra Muspellheim e Nifelheim alla base della cosmogonia di Snorri possano essere stati ispirati proprio dalle visioni dei vulcani in eruzione della suggestiva Islanda. 
 
Ingòlfur fonda il primo insediamento
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