giovedì 7 febbraio 2013

Mitico Vinicio! - 1: L'Aedo


Vinicio Capossela è un autore complesso.

Riesce a combinare nello stesso album testi e musiche da strapaese (“L'uomo vivo”) a riferimenti dotti, marcette a musichette, organo e corale al Rebetiko.
Con a volte dissonanze, teremin, metrica “creativa”, canto a tenore, tarantella e chi più ne ha più ne metta.

Vinicio Capossela è in grado di dare ai suoi ascoltatori, al suo pubblico, ai suoi convitati alla festa pagana, diversi livelli di lettura.
Come facevano gli antichi aedi.

Il suo (pen)ultimo album, “Marinai, profeti e balene” è denso di canzoni ambientate nel mondo del mito, ma già alcuni brani di opere precedenti (uno su tutti: “Brucia Troia”) esploravano le potenzialità del recupero del mito.
Ma “Brucia Troia” ha un testo talmente complesso che un suo tentativo di esegesi fa tremare i polsi: per il momento è il caso di non bruciare, ma “riscaldarsi” con canzoni in apparenza più semplici.

Partiamo, quindi da “L'aedo”, brano tratto, appunto, dal secondo CD di “Marinai, profeti e balene”.

L'aedo canta e intanto la memoria
Si versa sopra agli occhi
Il dono che
Gli dà luce dentro
Lo fa cieco di fuori

L'aedo è cieco, come da tradizione, come lo era Demodoco alla corte di Antinoo, re dei Feaci. Come lo era, per tradizione, Omero. Come lo era Tiresia, il profeta (cui è dedicato un altro brano dell'album).
Perché l'aedo e il profeta vedono oltre l'apparenza. La loro è una seconda vista, destinata a rilevare ciò che conta davvero, ciò che va oltre l'apparenza della luce del sole, per scoprire che “niente è nuovo sotto il sole” (Qoelet, ma anche il brano “Non trattare”).
E del nostro aedo, Vinicio ci ricorda che “la memoria” gli dà “la luce dentro” ma “lo fa cieco di fuori”.
La memoria è una parola chiave. Si discute tra gli studiosi se i rapsodi, i “successori” degli aedi, recitassero materiale tradizionale e ormai immodificabile o potessero ancora innovare, mentre è assodato che gli aedi prendessero il materiale orale e lo modificassero nelle loro esibizioni.

La seconda parola dell'Iliade non è forse “canta”?

Omero invoca la dea, la Musa perché canti al poeta ciò che il poeta canterà agli uomini. Il poeta come tramite tra lo spirito divino e l'umanità che ascolta, idea che arriverà fino a Dante, alla cantica del Purgatorio.
Ma la madre delle Muse è Mnemòsine, “la memoria”.

Canta la storia
Come ci fosse stato
Come se avesse visto
Prima di essere nato
Ah Ah, soffrilo e poi impara

L'aedo, ispirato dalla dea, narra il vero, come se l'avesse visto e vissuto. Visto nella sua mente ispirata dal dio o dalla dea, appunto.
Un vero poetico, a volte, che può apparire diverso da altre verità già proclamate altrove da altri cantori. Ma il mito è fluido nella materia e nel linguaggio, non è chiuso nell'illusione della rigida fissità delle scienze “dure”.
Il mito può cambiare, rivelare ciò che non era mai stato detto prima: “La vera istoria di Turpin ragiona” di una “novella nota a poca gente \ Perché Turpino istesso la nascose”: è Matteo Maria Boiardo nella prime ottave dell'Orlando Innamorato (4 e 3, rispettivamente), intento a riscrivere il mito di Orlando.
La verità del mito è sempre tale: anche se le diverse versioni sembrano a volte opposte, ciascuna di loro è miticamente vera.

E poi Capossela ci dice: “soffrilo e poi impara”.
Da dove nasce questo messaggio? La saggezza che deriva dalla sofferenza, così come Zeus ha stabilito... Nientemeno che il coro dell'Agamennone, la prima delle tragedie della Trilogia dell'Orestea, una delle vette più alte della produzione umana.
Vinicio ha studiato, è chiaro, e ha studiato bene.

L'aedo incanta
E mentre tesse il testo
In sala sorse il pianto
Il verso versa
E toglie alla morte
Chi viene cantato
Chi aveva orecchie, chi poté sentire
Ritrovò la sua vita, com'era e com'è stata
Ah, soffrilo e poi impara
Ah, e imparalo a cantare
Pathos mathos

L'incantesimo dell'aedo è forse diverso da quello del bardo del Nord?
No, certo.
L'ascoltatore si immerge in un mondo in cui il vero stolto è chi non si fa ingannare, come avrebbe detto Herr Nietzsche. Un incantesimo che fa risorgere anche dalla morte, che eterna. I guerrieri che lottano per avere l'immortalità dei canti. Il giudizio del bardo è il vero scopo dell'impresa dell'eroe: solo lui può dare continuità a una vita che è destinata a finire. Achille scelse una vita breve, ma che sarebbe stata cantata nei secoli.
Il “tessere il canto” è una metafora tipica del canto degli antichi. Sulla base di un passo di Pindaro si suppone che il termine “rapsodo” venga dal verbo greco “raptein”, “cucire”: il rapsodo sarebbe il “cucitore di canti”, dunque.
Ma la metafora è meno “umana” di quanto si potrebbe sospettare: le Norne del Nord e le Parche dell'assolata Ellade tessevano la vita di ogni uomo. Il poeta, dunque, “tesse” una vita non meno reale, non meno importante e vera di quella preparata con arte dalle dee.


Chi piange nella sala mentre l'aedo tesse il testo? Un semplice spettatore?
Uno, Nessuno e centomila, verrebbe da dire. Perché il più famoso dei canti degli aedi, l'abbiamo detto, è narrato da Omero nell'Odissea: il cieco Demodoco canta alla presenza di uno straniero della Lite tra Odisseo e Achille e dell'Inganno del Cavallo, e lo straniero piange. Perché l'aedo ha fatto tornare in vita alcuni che non ci sono più, ma uno è sopravvissuto.
E lo straniero si rivela: è Odisseo\Ulisse, Nessuno... l'eroe ritrova la sua vita nel canto del poeta. Da Nessuno ritorna l'eroe Ulisse, bello di fama e di sventura. Col canto, Odisseo ritrova la sofferenza della vita, e con essa la sua giustificazione.

Un re tradito
Che ritrovò il ritorno
Nascosto di stracci
Portò la strage in sala
L'aedo disse
Nel silenzio di morte
A chi lo giudicava
O re potente come ho cantato loro
Ora canterò di te

Qui Capossela sogna ciò che disse l'aedo nella sala del fuoco. Ecco che Ulisse, il re tradito dai principi della sua isola, che troppo presto lo vollero già morto, torna, nascosto dagli stracci come narrò Omero.
Nascosto, come Hàrun Ar-Rashìd girava camuffato per la Baghdad del mito, delle Mille e Una Notte, per “l'ardore... a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore” (Dante, Commedia, Inferno, Canto XXVI). E fatta la sua indagine, da mendicante Ulisse diviene un angelo sterminatore, il vendicatore di sé stesso. La sala fu piena di strage, ma tra i pochi che si salva, c'è anche Femio il cantore: come aveva già detto alla madre, Telemaco ripete al padre che l'aedo aveva cantato malvolentieri per i Proci.
Non hanno colpa i cantori, ma Zeus è in qualche modo il responsabile: Zeus che dà agli uomini, come vuole lui, il bene e il male a ciascuno” (Odissea, I).
L'aedo che canta è dunque Femio?
La risposta ce la dà lo stesso Vinicio Capossela, facendo parlare Ulisse.

E disse quello
Che tu viva per sempre
E dentro il tuo canto
Io viva con te
Ah, soffrilo e poi impara
Gli Dei soltanto
Ci filano sventure
Per dare gloria al canto
E il canto dice nascosto nel tempo
Con voce di pietra:
"Siamo due coste di rupe
Aspettiamo un terremoto
Per unirci di nuovo
In un solo canto"
Ah, soffrilo e poi impara
Ah, e imparalo a cantare
Pathos mathos

Capossela si vede dunque come un aedo moderno? Un uomo che, ispirato dal dio, canta non più in un megaron ma in uno stadio, in un tempio, in un teatro?
Domanda di difficile risposta...
Non chiedete all'aedo di cantare di sé. Chiedetelo alla Dea che lo ispira.


Alcune piccole note
Solo per chiarire: quando ho sentito per la prima “L'uomo vivo”mi sono detto: “Ma cosa si è bevuto prima?” (Vinicio sembra amare il mostrarsi come un personaggio che adora il buon, vecchio, cirrotico alcool, piuttosto che esibire dipendenze più rockettare).
Poi l'ho sentita in concerto.
Una potenza.
La gente cantava, ballava, si gettava “di qua, di là, di su, di giù” (come da testo), entrava in estasi bacchica. Incredibile.
Da allora ogni volta che ascolto un brano di Capossela non immediatamente “figo dal punto di vista del primo ascolto” (si veda ad esempio “Il gigante e il mago”, per me), aspetto il tour per vederlo in scena: aspetto il live, che per qualche brano è il luogo deputato alla vera fruizione.
E non ne vengo deluso.
Perché l'aedo ha bisogno di un pubblico presente: nessuna magia agisce davvero a distanza.


PS: testo, video e immagini non sono di mia proprietà! Questo blog non ha alcuna finalità di guadagno.



3 commenti:

Panaiotis Kruklidis ha detto...

Complimenti, esegesi puntuale!
Vinicio sarà contento, non credo che molti riescano ad afferrare il senso completo di alcune delle sue canzoni, così ricche di citazioni e studi colti.

Aristarco di Samo ha detto...

Grazie!

Evelyn ha detto...

Complimenti
Pochissimi sanno capire, carpire e spiegare Capossela
Grazie